Cortocircuito SFF

 

I due capisaldi economici del territorio saviglianese sono l’industria ferroviaria e l’agricoltura. Il Cortocircuito – Savigliano Film Festival non è che una pantagruelica sintesi di questi due, il loro figlio illegittimo. Lungo i binari della follia cinefila crescono filari di ieratiche proiezioni in pellicola 70 mm. A vagonate crescono i frutti succosi della creatività artistica, estrogenati dalle “temperature uterine” padane. Il festival nasce come un tenero germoglio, sospeso nell’acre odore di nafta e cullato dai bracci meccanici della vicina Alstom Ferroviaria. In questo angolo del Piemonte, le pompe, i pozzi, le “bialere” (canali di irrigazione, per chi stesse leggendo e non fosse di queste parti) servono per aspergere i campi della più meccanica e tecnologica tra le arti: il cinema. Non dobbiamo avere paura della tecnologia. «La tecnologia è interamente umana nel senso che non esiste alcun altro tipo di tecnologia se non quella umana» (David Cronenberg).

 
Il Festival giunge al suo secondo anno di vita e anche questa edizione rimane fedele alla sua strutturazione interna. Sezione generale (padre), sezione giovani (figlio) e sezione tematica (lo spirito santo). Il Festival si terrà l’ultima settimana di ottobre (da lunedì 23 a domenica 29) e coinvolgerà i due cinema saviglianesi e altre sedi cittadine “collaterali”. Durante la kermesse vi saranno date dedicate alle singole sezioni e alla domenica una cerimonia conclusiva con le premiazioni e proiezioni dei corti vincitori. Per conoscere i profili dei cinque componenti della Giuria deputata a tale scelta, le Location e il Programma dettagliato con tutti gli appuntamenti e le proiezioni, si vedano le omonime sezioni sul sito.
Al bando di gara di quest'anno, hanno partecipato ben 539 opere, suddivise come segue fra le tre sezioni:
  • Sezione Generale: 467 cortometraggi;
  • Sezione Giovani: 30 cortometraggi;
  • Sezione “Nuovi sguardi, nuovi mondi” (Premio Schiaparelli): 42 cortometraggi.
I cortometraggi arrivano da ovunque. Tra le 48 nazioni coinvolte, quelle extraeuropee e più impensate sono: Bangladesh, Indonesia, Iran, Mali, Messico, Singapore, Tunisia, Uruguay. L’orbe terrestre è nostro!
Segnaliamo inoltre una nutrita partecipazione di cortometraggi di animazione. È al migliore di loro che è dedicato il premio speciale: Premio Libera Accademia d'Arte Novalia. Il riconoscimento, al quale concorrono oltre 60 opere, sarà assegnato da una giuria ad hoc, scelta e coordinata dall'artista, curatore museale e docente Daniele Cazzato, fondatore dell'Accademia saviglianese sita in Palazzo Taffini.
 
C’è poco da dire riguardo alle prime due sezioni, la Generale e la Giovani
La qualità del girato è a dir poco pregiata e promettiamo emozioni forti e su larga scala. Ci sarà da portarsi anche la classica flebo, ancella fedele di ogni film mattone. Vi sosterrà nei momenti più bui, quando lo schermo diventa il palcoscenico del sogno e i comodi braccioli della poltroncina il voluttuoso abbraccio del Sonno. E quando vi verrà da dire «Mi arrendo, maledetto il cinema d’autore e chi lo propina» vi paralizzeremo la motilità intestinale con la tensione dei cortometraggi d’azione. Vi rivolgerete quindi alla medicina cinese per scoprire rimedi contro l’intestino pigro. E’ consigliato l’utilizzo di creme a base di calendula per proteggersi dalle scottature dei giochi di luce e colori di certi cortometraggi. Tra tutto questo sconquasso, magari, riscopriremo l’umorismo, proprio di certi film italiani, tanto ammirato da Malick: quell’umorismo «molto saggio, che ti abbraccia come fossi un bambino e ti fa sentire leggero». 
 
La sezione tematica merita un discorso a parte.
Riportiamo qui ciò che si legge nel Bando a proposito della “vision” che vorrebbe guidare le opere ispirate al tema “Nuovi sguardi, nuovi mondi”:

«In occasione dei 140 anni dalla scoperta dei canali di Marte e della recente missione ExoMars, una sezione intitolata a Giovanni Schiaparelli e dedicata a tutti i cortometraggi che, come seppe fare l’astronomo saviglianese, puntino l’obiettivo su realtà prima sconosciute, aprendo nuove prospettive e adottando differenti punti di vista.»

Il mondo è ritenuto completamente esplorato. Se è così, rassicurati da una tecnologia onnipotente, a cosa servono i nuovi sguardi e i nuovi mondi a cui la sezione a tema è dedicata? Noi di Cortocircuito non siamo d’accordo: esistono universi da scoprire e mappare. Un esempio. Sempre David Cronenberg dice: «il corpo è il fattore primario dell’esistenza umana». Siamo d’accordo? Alcuni sì, altri no; ma tutti rimaniamo colpiti da una semplice domanda pronunciata da Elliot, uno dei due gemelli del suo film “Inseparabili” (1988): «Perché non ci sono concorsi di bellezza per l’interno del corpo umano ma solo per l’esterno?». Non abbiamo ancora affrontato la totalità di quello che siamo. Nuovi sguardi. Nuovi sguardi per ritornare al nucleo originale e pulsante, dove la massa non esiste e tutto è coesione. Nuovi sguardi contro l’imbarbarimento. E allora sì, ripensando alla frase di Elliot, viva il cinema e l’arte endoscopica!
Il Festival si rivolge a noi spettatori. Esistono spettatori di partite di calcio, di gare di atletica, di spettacoli teatrali, di opera lirica, di spogliarello, di concerti, di mostre d’arte. Esistono ovviamente anche spettatori fedeli al grande schermo. L’essere spettatori, però, è un’esperienza comune. Tutti subiamo lo sberleffo di un malefico “qualcosa” che tiene ciascuno dal suo lato dello schermo: noi e loro, noi comuni mortali e quelli con un “dono”. Noi e l’atleta, noi e l’attore, noi e Pavarotti, noi e la modella coi tacchi calibro 9 mm. Ma allo spettatore è affidata una missione: la missione è, parafrasando D. F. Wallace, «vedere, vivere e animare l’esperienza del dono a noi negato»; in quanto «la cecità e il mutismo sono l’essenza di questo dono». In altre parole siamo noi spettatori e non l’attore a dover far parlare il personaggio di un film.
Che questo dono sia segnare una rete da quaranta metri in rovesciata, recitare la finzione meglio di quanto ognuno di noi viva ogni giorno, sculettare e lanciare coppe D con la fluidità e la naturale maliziosità che si addice a questo gesto, il “dono” permette a chi lo ha ricevuto di dedicarsi all’arte. E noi cortocircuitesi siamo convinti che l’arte sia un atto puro, di confessione. E, piaccia o meno, «confessare un fatto è smettere di esserne l’attore per diventare un testimone, per diventare uno che lo guarda e lo racconta e non più colui che lo ha eseguito» (Borges). Testimoni, forse, e non spettatori. 
Ad ogni modo, siamo tutti in cerca della “nostra filmografia”. Ogni amante del Cinema sa che i film non finiscono con i titoli di coda. Ciascun film diventa una chiave di lettura, una particolare interpretazione per vivere ogni giorno. Non stiamo dicendo che cerchiamo grottescamente di riprodurre le scene di film nella vita di tutti i giorni. Né che la vita si traduca in imitazione acritica e patologica. La “nostra filmografia” rimane una traccia, una colonna sonora che non si limita al sonoro, ma che si espande fino a coinvolgere i  gesti, i movimenti, le occhiate, le parole, le intese, ma anche le inquadrature, la luce… Contribuisce in poche parole alla nostra identità.  
Memoria, creatività. Inventario e invenzione. Sembrano gli antipodi. Non lo sono. Entrambe sono immagini. La prima è un accostamento virtuoso di immagini. L’altra è ciò che ti permette di avere le immagini tra cui scegliere. D’altra parte le muse sono figlie di Mnemosine, ovvero la Memoria. I nostri pensieri derivano da ciò che conosciamo, non da cosa potremmo conoscere. Tutte le parole richiedono un'esperienza condivisa secondo Borges. Queste sono le basi per costruire la nostra identità. Perché l’identità non è qualcosa con cui si nasce, bensì qualcosa che l’uomo crea, un atto creativo.
 
Una dichiarazione insensata di poetica.
Correva l’anno 1958 e la Disney produceva un documentario intitolato “Artico Selvaggio”. In questo documentario è lecito immaginarsi una voce inutilmente solenne, beffarda e un po’ nevrotica che caratterizzava le voci fuori campo dei documentari dell’Istituto Luce. Ebbene la voce fuori campo descrive per la prima volta il suicidio di massa dei lemming. Da qui, il suicidio dei lemming diventa metafora per persone che seguono acriticamente l'opinione più diffusa, con conseguenze pericolose o addirittura fatali. Per noi di Cortocircuito invece è completamente diverso: lemming è simbolo che ogni scintilla di vita contiene in sé i germi di una determinazione ferrea. Lemming è forza di volontà. Lemming è lealtà e altruismo. Lemming è unica realizzazione storica di una complessa società stoica. Tutto ciò porta questi piccoli esserini a prendere coscienza del piattume del bioma artico e compiere un doloroso e liberatorio suicidio di massa. Manca loro soltanto qualche pizzico di pessimismo della forza per rendere la loro società una commistione stoica/dionisiaca, capace di ridere dell’aridità marziana dell’ambiente che li circonda.